Niente regole, niente libertà

«Quando le leggi regolanti il comportamento perdono il loro potere di controllo, anche la libertà tende a scomparire»

«La gente… si sentirà smarrita laddove le vecchie prescrizioni svaniscono senza essere sostituite da nuove o dove si sviluppano nuove sfere della vita che non sono ancora soggette alla coscienza morale della comunità»

(K. Mannheim, Libertà, potere e pianificazione democratica, p. 39 e p.43)

La libertà non si può limitare all’indipendenza e all’autonomia.pollicino

La libertà è insieme relazione e opportunità. Se la libertà prescinde dall’altro diventa un deserto privo di prospettiva, dove ogni opportuntà si indebolisce nell’anonimato.

Il processo di continua demolizione delle regole e delle istituzioni che le legittimano non solo impedisce la convivenza civile, ma abbandona le persone nell’impervia foresta della vita, dentro un sottobosco che diventa illegibile.

Le regole svolgono una funzione limitante e allo stesso tempo di orientamento.

Per quanto deboli siano, quando le abbandoniamo, senza sostituirle, ci smarriamo come policino, che senza le sue mollichelle di pane non potrà tornare a casa.

Diverso invece è parlare del processo di costruzione delle regole, della loro efficacia e durata nel tempo, e della possibilità di modificarle…

 

 

L’immagine di Gustave Doré, 1897 è tratta da qui
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Cittadini e cultura di popolo per ripartire

É fragile la coesione sociale in Italia. Spesso si attribuisce la colpa alla politica, ma non è sufficiente.

Oscilla tra un individualismo diffuso e un disinteresse generale. Si traduce in una scarsa partecipazione alla vita camerapolitica: per la difficoltà dei partiti di trovare un’identita propria, legata alla realtà delle persone; o alla recrudescenza del populismo, così sintetizza anche Ilvo Diamanti nel declino del ceto medio e la deriva populista.

Il disagio economico ci disorienta. Probabilmente non siamo attrezzati ad affrontarlo non solo economicamente ma, e soprattutto, culturalmente, abituati allo stile di vita del consumo.

Piombati dentro un vuoto, ci troviamo a riscontrare la crescita delle disuguaglianze, come ha ribadito l’ultima indagine sulle famiglie di Bankitalia, dove emergono la difficoltà di un equilibrio tra le generazioni e soprattutto la condizione di vulnerabilità economica e sociale dei nostri giovani.

Forse per ripartire avremmo bisogno di imboccare una strada che chiede ad ognuno la responsabilità di essere cittadini e la consapevolezza culturale di essere popolo. Un suggerimento che trovo nelle parole di Papa Francesco, scritte nella Evangelii Gaudium (220):

Ricordiamo che l’essere fedele cittadino è una virtù e la partecipazione alla vita politica è un’obbligazione morale. Ma diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. E’ un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia.

Dai sogni all’utopia

sogni-brelNegli occhi dei giovani spesso si incrocia una sottile forma di delusione, mentre ci si aspetterebbe la scintilla dei loro sogni.

Si subodora un cotesto di scoraggiamento, che galoppa nel pensiero unico, quello che lega tutto al profitto.

Così i sogni soffocano prima di cominciare.

Invece è importante che i giovani tornino a sognare. Non solo per le aspettative della loro vita ma per il futuro della società che altrimenti perde una grande opportunità di trasformare quei singoli sogni in potenziali utopie, quelle che prospettano le possibilità di cambiare e vedono la storia come un cammino, come  in Ideologia e utopia le descriveva Karl Mannheim.

Per lui erano visioni della società che non considerano la realtà esistente come determinata, ma la oltrepassano perché si pongono dentro un processo in continua trasformazione.

Ma per passare dai sogni all’utopia c’è bisogno anche di superare una prospettiva individualista e iniziare a raccontare, condividere e proporre i sogni veri, quelli che svegliano le coscienze e toccano i cuori.

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Per i giovani meglio prevedere

In Italia manca una prospettiva di futuro. Ci affatichiamo e combattiamo sulle urgenze, ma stentiamo a formulare previsioni.

Quando ad esempio affrontiamo il tema giovani e lavoro. In tanti ci soffermiamo sulle formule contrattuali per facilitare l’accesso, sulle agevolazioni fiscali per incentivare le aziende.

Manca un pensiero sullo scenario per il futuro, sul quale altri Paesi investono (Francia, USA, Gran Bretagna, Russia ad esempio).

nuvole

Alcuni studi anglosassoni indicano tre aree di impiego in crescita per il futuro occupazionale: high tech,  green economy, servizi alla persona. In tutte le aree ci saranno lavori più o meno qualificati, più o meno remunerati, ma ci saranno.

Forse invece di rivolgerci agli astrologi e di auspicare il superamento della crisi, si potrebbe concretamente iniziare a prevedere anche in Italia.

La traiettoria della storia non è quella della palla da biliardo, che una volta colpita, segue un cammino definito, ma piuttosto quella delle nuvole (Robert Musil)

Per immaginare il futuro dovremmo investire in previsione che vuol dire aiutare a scegliere nel presente come  poter vivere il proprio futuro, condizionandolo, senza predestinazione, il proprio destino (cfr. Rizza S., Il presente del futuro. Sociologia e previsione sociale, Franco Angeli, Milano 2003).

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Nell’incertezza meglio studiare

Laurearsi è ancora un vantaggio per accedere al lavoro, alla faccia di chi sosteneva che la cultura non da il pane.snoopy+laurea

I dati “Almalaurea” ci informano che tra i giovani dottori la disoccupazione oscilla tra il 20% e il 22%, quella complessiva è assai più alta tra il 37% e il 38%.

Oltre che essere più “appetibili”, in Italia e all’estero, i giovani con un livello di istruzione più alto, possono attuare strategie di azione più ampie, specialmente in tempo di incertezza.

L’inseriento lavorativo non è automatico e non piove dall’alto.

Per constrastare il fenomeno dello scoraggiamento servono azioni che coniughino il coraggio di scommettere su una decisione e una strategia per attuarla.

Edgar Morin nel delineare una ecologia dell’azione spiega:

“La risposta alle incertezze dell’azione è costituita dalla scelta meditata di una decisione dalla coscienza della scommessa, dall’elaborazione di una strategia che tenga conto delle complessità inerenti alla propria finalità, che possa modificarsi in corso d’azione, in funzione dei casi, delle informazioni, dei cambiamenti di contesto, e che possa prendere in considerazione l’eventuale siluramento dell’azione che avesse imboccato un corso dannoso”

(Morin E, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2001, p. 94).

Prepariamo i giovani ad agire nella complessità?

Capaci di assumere decisioni e impegnarsi in un’azione attraverso una strategia che contempli la possibilità di cambiare finalità, modificarsi ricominciare per un’altra strada?

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